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Ciao a tutti, come state? Immagino che per molti di voi le vacanze siano finite, o magari avete scelto di evitare la ressa di agosto per andare in ferie a settembre.

Come ben sapete per noi viticoltori questo è un periodo fondamentale, quello della vendemmia!

Tra circa una settimana comincerò a raccogliere il dolcetto, per poi passare al barbera e chiudere a metà ottobre con il nebbiolo. Ovviamente non si raccoglie tutti i giorni, avremo l’equivalente di una settimana di raccolta spalmata in poco più di un mese.

Un periodo di scelte importanti

Come vi raccontavo in passato, il lavoro in vigna richiede di interpretare la situazione delle piante per prendere scelte che influiranno sullo sviluppo e quindi sulla qualità dei grappoli.

Non esiste un’annata uguale all’altra, anche se chi ha ormai molte vendemmie alle spalle come me può sfruttare l’esperienza accumulata per riconoscere i vari segnali che le piante e la vigna danno sul loro stato di salute.

Una volta che abbiamo fatto il massimo per accompagnare le uve a maturazione arriva il momento della raccolta, e anche questo richiede di prendere molte scelte diverse.

Ad esempio, quando cominciare? Dovete sapere che più ci avviciniamo ad un ipotetico periodo di maturazione ideale e più i grappoli sono delicati e soggetti ai fenomeni atmosferici.

L’incognita del meteo

Se piove 2 o 3 settimane prima del raccolto (parliamo di piogge normali e non temporali violenti) è un’ottima cosa, perché l’acqua contribuisce a far aumentare i grappoli, andando a nutrire la pianta.

Ma se piove tanto a ridosso della raccolta è un problema, perché l’umidità favorisce funghi e parassiti, finché è bagnato non si può raccogliere e si rischia che gli acini marciscano.

Quindi in quei giorni ho sempre un occhio al meteo, perché se ad esempio fossero previsti diversi giorni di pioggia potrei decidere di anticipare di qualche giorno la raccolta per non rischiare, anche se questo può comportare rinunciare a un po’ di grado zuccherino, perché la maturazione è più veloce negli ultimi giorni.

Questo è ancora più vero in annate molto calde come questa, dove la finestra di tempo in cui le uve sono mature al punto giusto è ancora più stretta, e attendere troppo potrebbe portare ad uno stress della pianta, che in casi estremi potrebbe riprendere liquidi e sostanze dagli acini per il proprio nutrimento, andando così a sottrarre al grappolo sostanze preziose per il vino.

Considerate anche che settembre e ottobre hanno un meteo molto variabile, e avete quindi un’idea dello stato d’animo in cui si vive, un misto tra entusiasmo, attesa e incertezza.

Per fortuna questa si sta presentando come un’ottima annata, anche se per scaramanzia non voglio dirlo troppo forte…

Quella che è stata una siccità molto problematica in buona parte del Paese, in queste zone si è declinata in un’estate secca al punto giusto, che ha permesso alle uve di raggiungere un ottimo grado zuccherino.

Le scelte continuano in cantina

Inoltre un clima più asciutto vuol dire anche più sano per le viti, perché come abbiamo detto l’umidità favorisce lo sviluppo di parassiti che invece non prosperano con il caldo secco.

Una volta pigiate le uve bisogna scegliere quanto far fermentare il mosto, e i tempi sono diversi a seconda del tipo di uva.

Se per esempio per il dolcetto bastano circa 6 giorni, per la barbera arrivo a 10 e per il nebbiolo si arriva anche a 15 giorni di fermentazione.

Nel mio caso tutto il nebbiolo raccolto è destinato alla produzione di Barolo, quindi faccio molta attenzione a impostare bene fin dall’inizio un vino che sarà in vendita solo dopo 4 anni.

Immaginate che ogni aspetto della lavorazione delle prime settimane avrà ripercussioni per tutta la vita del vino: se ad esempio ci fosse troppo zucchero e non tutto fermentasse trasformandosi in alcol, potremmo avere un vino con un gusto leggermente dolciastro, dato appunto dal residuo di zucchero in eccesso.

Venite a scoprire un profumo antico

Se non avete mai avuto occasione di visitare una cantina nel periodo subito dopo la raccolta allora vi siete persi l’esperienza del profumo del mosto, che accompagna l’uomo fin dall’antichità e rappresenta un pilastro della civiltà contadina.

Per fortuna potete rimediare: come sapete non faccio più le visite in cantina, ma siete sempre i benvenuti se volete acquistare qualche bottiglia!

Non mi sembra vero, ma anche la maggior parte delle restrizioni legate al Covid non sono più in vigore, e forse possiamo davvero pensare di lasciarci alle spalle questo lungo periodo buio.

È tornata la primavera quindi, e questo è sicuramente un ottimo periodo per passare in cantina e acquistare qualche bottiglia.

Il meraviglioso territorio in cui viviamo si presta a camminate che permettono di scoprire scorci e panorami davvero mozzafiato, e permette di rendersi conto del perché sia stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’umanità.

Vi voglio presentare 2 escursioni adatte a tutti che potete fare partendo da Monforte

Sono perfette per far venire il giusto appetito prima di una scorpacciata di ravioli al plin, o per smaltire una bella degustazione di Barolo!

Una è ad anello, l’altra vi porta a Barolo, sta poi a voi valutare se fare andata e ritorno.

Questi percorsi sono adatti a tutti e sono fruibili tutto l’anno, ad eccezione dei mesi invernali per via del fango o della neve e delle giornate più torride dell’estate.

Da Monforte a Monforte

Il primo segue il sentiero S1 che fa parte di un gruppo di 7 sentieri che partono dal centro di Monforte, ed è lungo circa 12 km.

Uscendo da Monforte lungo la Sp57 verso Monchiero si incontra la Cappella della Natività di Maria Vergine o delle Sette Vie, del XV secolo e ristrutturata nei secoli XVIII/XIX. All’interno si può ammirare un notevole affresco quattrocentesco che ritrae la Madonna seduta col Bambino.

Qui prendiamo la strada in salita a destra al bivio e la lasciamo poi per un sentiero sempre sulla destra una volta giunti alla sommità della collina.

Dopo un tratto di sentiero nel bosco si raggiunge la frazione di S. Giovanni dove si scende attraversando il rio Bussia, ci si inoltra tra cascine e vigneti fino alla frazione di Bussia con ampi panorami su Novello e il Monviso.

Le vigne di questa zona sono tra le più pregiate di Monforte, meritando una menzione tipica, detta anche “Crù”.

Su tratto asfaltato si raggiunge la Cappella della Madonna Assunta della Bussia, arrivati alla provinciale Alba-Monforte seguendo le indicazioni il percorso scende nel bosco al rio di Perno, dove vi è il “ funtanin ”, sorgente famosa da tempo immemorabile per la bontà della sua acqua.

Si risale tra vigneti di nebbiolo fino in cima alla collina, con una deviazione si arriva alla Cappella campestre di Santo Stefano a Perno, edificata originariamente nel XII secolo.

Da qui il paesaggio è davvero incantevole ovunque vi giriate, abbracciando con lo sguardo le colline a 360 gradi.

Guardando verso sud est potete vedere la mia cantina sulla collina di fronte!

Si ritorna poi a Monforte lungo l’antica “via di Perno”, strada asfaltata che vi fa arrivare nella parte alta del paese.

Da Monforte a Barolo

Questo percorso è più breve, circa 6 km, in modo che possiate affrontare anche il ritorno dopo aver magari fatto una degustazione a Barolo.

L’inizio segue il percorso precedente, ma invece di prendere il sentiero a destra una volta giunti alla sommità della collina, teniamo quello che scende verso sinistra, andando poi a sbucare sulla SP 163.

Si segue questa strada fino al bivio dove si prende in salita via Ravera verso sinistra.

Dopo circa 200 metri a destra parte un sentiero segnalato che stando a mezzacosta della collina ci porta a Barolo in circa 1,5 km, sbucando prima in via Vecchia Ravera e poi in via Vittorio Veneto.

Adesso non resta che camminare

Spero che queste proposte vi facciano venire voglia di prendere zaino e scarponcini e venire a visitare le meravigliose colline di Langa. Io vi ho presentato 2 escursioni, ma ce ne sono altre mille da scoprire, ci vediamo presto!

Fra un mese è Carnevale! Direi che dopo 2 anni di pandemia abbiamo tutti bisogno di svago, di cose divertenti, di compagnia.

Allora ho pensato di condividere una ricetta di un dolce tipico piemontese di Carnevale, e che per me è legato ai ricordi d’infanzia: i Friciò.

Cominciamo col dire che queste frittelle vengono chiamate in molti modi, friceu, farciò, ma stiamo sempre parlando dello stesso dolce, pur con qualche variazione.

Per chi non è più un ragazzino, questi sapori dell’infanzia sono ricordi molto forti, anche perché nella quotidianità della campagna “di una volta” le feste erano momenti che effettivamente scandivano il tempo. I dolci si mangiavano durante le feste, mica tutti i giorni!

Ecco che allora ogni festa viveva anche dell’attesa di quei sapori particolari che ogni ricetta di famiglia portava con sé.

La versione piemontese

Nel caso dei Friciò stiamo parlando di un dolce molto semplice, delle frittelle dolci, ma che sono meno banali di quanto sembrino. Ovviamente è un dolce che possiamo trovare in tutta la penisola da nord a sud, con tante variazioni e modifiche.

La particolarità della versione piemontese è di risultare molto soffice, al contrario delle chiacchiere o bugie, per via di una maggiore presenza di uovo nell’impasto.

Un’altra caratteristica data dal differente impasto è la forma: siccome il composto è molto liquido, viene fritto usando il cucchiaio, creando delle palline anziché delle strisce.

Il sapore particolare di queste frittelle è dato dalla scorza di limone presente nell’impasto, e le ricette più ricche prevedono anche le uvette, anche se secondo me sono un’aggiunta più recente: a casa mia infatti hanno sempre avuto solo le scorze di limone!

La ricetta

Ecco gli ingredienti che servono per la versione con le uvette:

  • 60 grammi di uva sultanina
  • 250 grammi di farina di frumento 00’
  • Mezza bustina di lievito per dolci
  • 200 ml di latte
  • Buccia di un limone grattugiato
  • 3 uova medie
  • Un litro di olio di semi per friggere
  • 100 grammi di zucchero semolato
  • Zucchero a velo oppure semolato per decorare
  • Un pizzico di sale

Preparazione

Prendete l’uvetta e mettetela a bagno in una ciotola di acqua tiepida per circa 25 minuti e poi scolatela e strizzatela.

In una tazzina mescolate un cucchiaio di farina con il lievito e tenetela da parte. Setacciate la farina che rimane in un’altra ciotola unendovi il pizzico sale e, a filo, il latte, continuando a mescolare con un cucchiaio di legno per evitare che si formino i grumi.

Mettete le uova nell’impasto una alla volta e mescolate finché non saranno incorporate perfettamente. All’impasto aggiungete poi la scorza di limone grattugiata e l’uvetta.

Infine aggiungete la farina con lo lievito che avevate messo da parte.

Mettete a scaldare l’olio e, una volta pronto per la frittura, formate delle palline di impasto aiutandovi con due cucchiai.

Questa è la parte più difficile della preparazione: immergetele nell’olio con un movimento abbastanza rapido da conservare la forma delle palline, e fatele friggere fino a doratura rigirandole di tanto in tanto,

A questo punto scolatele e mettetele su carta assorbente per alimenti, una spruzzata di zucchero a velo e sono pronte!

Il giusto vino

L’abbinamento che sarebbe più ovvio con questo piatto è quello di un vino dolce, ma io non sono un grande appassionato di vini dolci, e quindi vi propongo un’alternativa.

Per il pranzo di Carnevale provate il mio rosato Isabella.

È un vino fresco, con note olfattive di fiori gialli e potpourri, mi piace pensarlo come un invito alla primavera che deve arrivare.

Essendo ottenuto da uve nebbiolo ha comunque una sua personalità che gli permette di stare bene a tavola dall’inizio alla fine, e perché no anche assieme ai Friciò.

Speriamo che questa pandemia non faccia altri scherzi, chiudiamola con questa primavera, e ci risentiamo a Pasqua!

In Piemonte abbiamo la fortuna di avere tante qualità di formaggi diversi, e spesso chi mi viene a trovare in cantina mi chiede consigli per portare a casa qualche chicca.

Dopotutto il vino e il formaggio sono perfetti per stare insieme, e sono tra i prodotti che più identificano e raccontano un territorio.

Ho pensato allora di proporvi qualche abbinamento tra i miei vini e alcuni dei formaggi più caratteristici del Piemonte.

Roccaverano – Langhe.net

Cominciamo con il mio Dolcetto d’Alba DOC

È un vino asciutto, vinoso e con una bassa acidità e che di solito si beve abbastanza giovane.

Questo però non significa che non abbia un buon corpo e che non sappia esprimere una certa complessità già dopo un paio d’anni di invecchiamento, pur restando un vino facile da bere.

I formaggi che abbinerei al Dolcetto d’Alba DOC sono il Murazzano, la Robiola di Roccaverano e il Raschera.

Il Murazzano prende il nome dal paese dell’Alta Langa dove nasce, ed è un formaggio grasso a pasta fresca prodotto con latte ovino in purezza o con latte misto ovino in misura minima del 60% con eventuali aggiunte di latte vaccino in misura massima del 40%.

Anche la Robiola di Roccaverano prende il nome dal paese della Langa Astigiana dove è prodotta, e in questo caso parliamo di un formaggio grasso a pasta fresca prodotto con latte di vacca in misura massima dell’85% e di capra e pecora in rapporto variabile o in purezza in misura minima del 15%.

Cambiamo zona con il Raschera, originario del Monregalese e prodotto in tutta la provincia di Cuneo. È un formaggio di latte vaccino, eventualmente aggiunto di latte ovicaprino, semigrasso, crudo, con pasta pressata, semidura.

Murazzano – Langhe.net

Entra in campo il Barbera d’Alba DOC

Una delle cose che più mi piacciono del formaggio è quanto possa cambiare con la stagionatura!

Anche il vino cambia nel tempo, ma col formaggio di solito si ottengono grandi cambiamenti anche in poche settimane, e ci si può sbizzarrire ad assaggiare uno stesso formaggio con diverse stagionature.

Per il mio Barbera d’Alba DOC vi propongo gli stessi formaggi, ma con qualche settimana di maturazione. Tutti e 3 infatti sono ottimi da freschi, ma rivelano meglio il loro carattere dopo qualche settimana di maturazione.

E il Barbera, con la sua acidità più spiccata e un sapore leggermente tannico, si sposa benissimo con i gusti più marcati di questi formaggi nella loro versione più stagionata.

Testun – Langhe.net

Si chiude in bellezza con il Barolo DOCG

Quello che viene definito Re dei vini non ha bisogno di tante presentazioni. Parliamo di un vino di grande complessità e struttura, dove i vari aspetti del gusto e del profumo regalano un’esperienza che è una continua scoperta.

I formaggi che reggono il confronto con il Barolo DOCG sono quelli a lunga stagionatura e dai sapori decisi, che spesso arrivano alla nota leggermente piccante che i giapponesi chiamano Umami.

Vi consiglio il Testun e il Castelmagno, tra i formaggi più noti e pregiati della provincia di Cuneo.

Il Castelmagno viene prodotto in Val Grana, ed è un formaggio di latte vaccino, eventualmente aggiunto di latte ovicaprino, semigrasso, a pasta cruda, semidura, talvolta erborinata. La sua stagionatura arriva fino a sei mesi.

Il Testun è invece prodotto nella Langa Monregalese, in particolare nella zona tra il fiume Tanaro ed il torrente Vermenagna.

Viene prodotto con prevalente latte di pecora, anche aggiunto di latte vaccino, grasso o semigrasso, a pasta cruda, semidura e pressata. Può arrivare fino ad un anno di stagionatura, offrendo così un gusto molto ricco e complesso.

Quando passate a trovarmi in cantina fatemi sapere se questi consigli sono stati utili per i vostri acquisti di formaggio!

Mi capita spesso che degli amici mi chiedano consigli su dove andare per un week end nelle Langhe.

Claudio, dove andiamo?

Ovviamente non amici di qua, a Monforte, ma clienti e persone di altre parti d’Italia con cui negli anni si è creato un rapporto di amicizia.

La domanda è sempre più o meno questa: “Claudio, noi verremmo dalle tue parti per un paio di giorni, dacci qualche consiglio su dove andare!”

Ho pensato allora di preparare un breve tour con i posti che consiglierei, così ho sempre la risposta pronta!

Non è da prendere alla lettera, e ci sono tantissimi altri posti belli da vedere nelle Langhe, bisognerebbe fermarsi delle settimane, ma già in 2 giorni qualche bel giro si può fare.

Anzi, se poi questi consigli vi piacciono, potrei proporne altri, con mete diverse e magari anche durata più lunga.

Come ho scelto le tappe

Vi do un’idea dei criteri che ho usato per comporre questo mini tour, così potete capire meglio se fa al caso vostro ed eventualmente modificarlo.

A me in vacanza piace muovermi, ma voglio anche avere il tempo di conoscere e gustarmi i posti che incontro, mi piace provare i prodotti tipici, e ovviamente visitare qualche cantina se ce n’è l’occasione!

Quindi ho messo 2 tappe per giornata, scegliendole non troppo lontane tra loro in modo da non dover passare tanto tempo in macchina, avendo solo 2 giorni.

Ho cercato anche di far si che questo giro permetta di avere uno sguardo sulle diverse realtà che le Langhe possono offrire, in termini di paesaggio, prodotti e cultura.

Ho già parlato abbastanza, è ora di partire!

Giorno 1

La prima tappa è a Monforte. Inutile dire che vi aspetto in cantina per farvi assaggiare i miei vini, ma il mio paese merita una visita anche per altri motivi.

Monforte

Possiamo dire che, insieme a Barolo e La Morra, è uno dei templi del Barolo. Rappresenta un esempio tipico di un piccolo centro d’eccellenza, un paese con circa 2000 abitanti dove però ci sono moltissimi viticoltori.

In questo articolo ho spiegato cosa rende particolare il Barolo di Monforte, e vale la pena farsi una passeggiata lungo i sentieri segnalati intorno al paese per apprezzare la conformazione del territorio e i meravigliosi paesaggi che può offrire.

Anche il centro storico merita una visita, e in generale ci sono diverse cose da vedere.

Dogliani

Facendo pochissimi chilometri arriviamo alla seconda tappa: Dogliani.

Ho scelto questo paese perché è la patria di un altro grande vino di Langa, che però solo negli ultimi anni sta raccogliendo il successo che merita, il Dolcetto.

Tra Monforte e Dogliani c’è sempre stata una sana rivalità enologica, perché i vini che si producono hanno caratteristiche e mercato molto diversi.

Però mettiamo da parte il campanilismo, il paese merita una visita!

Prima che il Barolo diventasse famoso in tutto il mondo, il Dolcetto si contendeva con il Barbera il primato della coltivazione in Langa, e ancora oggi rappresenta una grossa fetta dell’enologia del territorio.

È un vino asciutto, semplice solo all’apparenza, e che può regalare grandi sorprese con il giusto invecchiamento e un’adeguata gradazione, a discapito della tradizione che lo voleva solo vino leggero e di pronta beva.

Crediti foto – doglianiturismo.com

Il paese è molto carino ed offre diverse opportunità di svago e approfondimento sulla cultura locale, come ad esempio il museo degli ex voto, piccoli dipinti che una volta venivano realizzati per ringraziare i Santi o la Madonna per aver intercesso in caso di malattie, incidenti o disavventure.

Giorno 2

Per la seconda giornata voglio farvi cambiare zona, e portarvi in un centro di quella che si definisce Alta Langa, in genere oltre i 500 metri di altezza, pur facendo pochi chilometri da Dogliani.

Il paesaggio vi darà subito un’indicazione della diversa agricoltura del territorio, che ha plasmato diversamente l’economia e la storia di questi luoghi.

Le vigne lasciano il posto ai noccioleti e ai boschi, ed entriamo nella zona di produzione della Nocciola Tonda Gentile delle Langhe.

Murazzano

Questo piccolo paese merita sicuramente una visita perché oltre alle nocciole, è famoso per essere particolarmente votato alla produzione del formaggio.

Siamo infatti nella patria del Murazzano DOP, una tuma di latte di pecora molto saporita, ma delicata al tempo stesso.

Il clima della zona è particolare, essendo in prossimità del confine con la Liguria, e l’altezza lo mette al riparo dall’umidità eccessiva. Il risultato sono le condizioni ideali per l’allevamento delle pecore, che hanno da sempre rappresentato un’importante risorsa.

La vista sulle colline circostanti, spesso a 360 gradi è veramente mozzafiato, e permette anche di apprezzare la conformazione della bassa Langa, abbracciandone con lo sguardo porzioni molto grandi.

Anche il centro storico con la sua torre merita una visita, e troverete alcuni ristoranti tipici davvero validi.

Alba

Nel nostro giro non poteva mancare una visita alla capitale delle Langhe, Alba.

Sarebbero moltissime le cose da dire su questa città, sulla sua storia recente e passata.

Vi consiglio la lettura de “I 23 giorni della città di Alba”, di Beppe Fenoglio, per farvi un’idea del periodo della Resistenza, una stagione cruciale di questo territorio che ne ha plasmato la cultura e il pensiero.

Crediti foto – vinumalba.com

Poi si potrebbe parlare della storia industriale della città, che ha rappresentato un esempio di come coniugare la cultura di impresa con l’etica civica e il rispetto delle tradizioni contadine.

Vi consiglio di visitare la Fondazione Ferrero, che organizza spesso mostre gratuite di altissimo livello, proprio nell’ottica di un rapporto col territorio che non sia puramente economico.

E poi c’è tutto il mondo dell’enogastronomia, di cui Alba è una capitale a livello mondiale.

Se avete scelto le Langhe come meta della vostra vacanza, probabilmente non c’è neanche bisogno che vi dica quante eccellenze alimentari ed enologiche potrete trovare ad Alba.

Le Langhe sono state negli scorsi anni dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, e questo patrimonio trova la migliore esposizione dei suoi frutti in questa città che attrae appassionati del cibo da tutto il mondo.

Spero che questi spunti vi possano essere utili per organizzare il vostro prossimo tour nelle Langhe, ci vediamo presto!

È inutile negarlo, l’estate non è la stagione più adatta al vino rosso. Fa caldo, siamo molto più invogliati a bere una birra fresca, magari un bianco frizzante o qualche cocktail esotico.

Però onestamente, da bravo viticoltore, non riesco a stare troppo tempo lontano dal mio vino! Sarà che dedicandoci così tanto tempo e impegno, per me stappare una bottiglia è un po’ come fare un check della situazione, il vino è vivo e cambia nel tempo, quindi mi piace seguirne l’evoluzione durante l’anno.

Allora cerco tutte le occasioni per stappare una bottiglia anche d’estate, e a guardare bene, non mancano.

Il Rosato, strutturato ma rinfrescante

Ad esempio per una aperitivo in compagnia c’è il Rosato Isabella, il mio rosato ottenuto dalla vinificazione in bianco di uve nebbiolo.

Questa combinazione di origine e lavorazione gli dona struttura mantenendo però una morbidezza e una freschezza che lo rendono perfetto anche per l’estate.
Dalle 7 di sera in poi, se passa un amico a trovarmi, è la prima bottiglia a saltare!

Il Dolcetto, buono anche fresco

Un altro vino che può essere bevuto anche d’estate è il Dolcetto. Lo so cosa state pensando, col caldo i rossi non vanno bene. Però con un piccolo trucco, il dolcetto ci può venire in aiuto anche quando la temperatura sale.

Infatti è un vino che essendo meno impegnativo di altri rossi, si presta ad essere bevuto anche ad una temperatura più bassa di quella ambientale, anche intorno ai 14 gradi.

Quindi possiamo tenere per un po’ il nostro dolcetto al fresco in frigorifero (senza esagerare, mi raccomando), in modo che al momento del pasto sia fresco ma non freddo.

Quando vado a una grigliata estiva da amici, porto sempre una bottiglia del mio Dolcetto d’Alba: può accompagnare tranquillamente la carne, ma anche gli antipasti e le verdure pur essendo servito fresco.

E per i giorni meno caldi…Barbera!

Però attenzione, non sempre ci sono 40 gradi! Se la giornata è un po’ più fresca, o se ad esempio vado in montagna a fare un pic nic, allora posso anche stappare un Barbera d’Alba.

Il suo sapore asciutto, unito alla spiccata acidità, lo rende perfetto appena la temperatura si abbassa di qualche grado e ci torna la voglia di rosso, magari a cena con qualche salume e formaggio stagionato.

Insomma, non è vero che l’estate è nemica del vino, o che d’estate si beve solo vino bianco. Con qualche accorgimento e le giuste condizioni, possiamo gustarci i nostri vini preferiti tutto l’anno. Ecco, forse non proprio in spiaggia, ma sicuramente con le gambe sotto il tavolo si!

Buone vacanze a tutti!

Visto che è cominciata la bella stagione, volevo condividere con voi una ricetta che se non la fate adesso, fino all’inverno non c’è più occasione: il brasato al Barolo!

È un piatto un po’ complicato da fare, ma a me piace tantissimo, e ne vale davvero la pena.

Un secondo della tradizione Piemontese: il brasato

Per chi non lo conoscesse, si tratta di un secondo piatto di carne che prevede la scottata a fiamma vivace di una bella porzione di manzo per chiudere i pori, e la conseguente cottura molto lenta con vino, spezie e verdure.

Un buon brasato dipende dalla bontà del taglio, dalla pentola che viene impiegata, dalla capacità di abbinare le giuste spezie e verdure, ma anche e soprattutto dal vino impiegato per cuocere la carne.

Secondo la ricetta tradizionale piemontese, il vino migliore è il Barolo, il re dei vini.

Nella ricetta deve dare profumi e sentori particolari alla carne sia durante la marinatura che in cottura: serve quindi un vino corposo, non troppo giovane e ricco di sapori speziati.

L’abbinamento del vino ideale

L’abbinamento classico per un piatto di Brasato al Barolo è ovviamente…il Barolo! (conosci il mio? Puoi acquistarlo qui!)

L’accoppiata è pressoché perfetta sia da un punto di vista aromatico sia da un punto di vista del gusto.

Dal punto di vista olfattivo infatti l’ampiezza dei profumi del Barolo, con una forte nota speziata, fa il paio con la complessità proveniente dal fumetto aromatico emanato da una fetta di brasato servito caldo.

Al suo interno ci sono i rilasci delle spezie utilizzate in marinatura, i rilasci degli umori del manzo e delle verdure in cottura ma, soprattutto, c’è il succo aromatico proveniente dal ristretto del Barolo.

Il procedimento di preparazione del brasato conferisce alla carne morbidezza e succulenza, poiché riesce a ben conservare l’umidità di partenza della carne e addirittura aggiungerne dell’altra.

Per bilanciare queste caratteristiche arrivano al gusto il sostegno alcolico e l’elegante tannicità del vino: l’alcol con la sua funzione disidratante andrà ad asciugare la succulenza, mentre la morbidezza generale del piatto verrà compensata con l’astringenza tannica del vino.

Quindi l’ideale è accompagnare il brasato con una bottiglia identica a quella usata nella ricetta.

Non so a voi, ma a me a questo punto è già venuta l’acquolina, quindi direi di andare a vedere gli ingredienti e la preparazione!

La ricetta

Ingredienti per 4 persone:

  • 1 costata di manzo da 1 kg
  • 3 carote
  • 1 cipolla
  • 3 chiodi di garofano
  • 1 rametto di rosmarino
  • 1 bottiglia di Barolo DOCG
  • 50 gr di burro
  • 4-5 grani di pepe nero
  • 1 pizzico di noce moscata
  • sale q.b.
  • 100 gr di lardo di maiale
  • 2 coste di sedano
  • 1 foglia di alloro
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 stecca di cannella di 1 cm.
  • 50 gr di grasso di prosciutto
  • 1 cucchiaino di fecola di patate
  • 1 cucchiaio di farina bianca

Tagliate il lardo a listarelle e lardellate la carne, tagliate a pezzetti le carote e il sedano e dividete in 4 pezzi la cipolla. Mettete in una terrina le verdure tagliate, la carne, un poco di sale, i grani di pepe, i chiodi di garofano, la foglia di lauro, il rosmarino e il pezzetto di cannella. Aggiungete l’aglio tagliato a pezzetti e versate il Barolo.

A questo punto lasciate marinare per almeno 12 ore. Sgocciolate la carne, infarinatela e legatela con lo spago. Tritate il grasso di prosciutto e mettetelo in una casseruola che avrete imburrato. Fate sciogliere il grasso e rosolate la carne da tutti i lati.

Passate in un colino il liquido della marinatura e raccoglietelo in un pentolino. Scaldatelo fino a farlo ridurre a ¾ , quindi versatelo sulla carne condita col sale. Aggiungete le verdure della marinatura, coprite con un coperchio e lasciate cuocere a fuoco basso per circa 2 ore. Al termine della cottura estraete la carne, sgocciolatela e tenetela al caldo.

Schiumate il liquido di cottura, eliminando il grasso e aggiungete la fecola e la noce moscata. Cuocete mescolando per 5 minuti circa e versate sulla carne un po’ della salsina ottenuta dal fondo di cottura e servite subito.

Buon appetito!

Chi come me lavora nelle vigne, non ha grossi lavori da fare nel periodo di Pasqua: la potatura è terminata, e la nuova stagione della vite non è ancora cominciata.

È un momento di riposo e di festa, di attesa della nuova stagione che comincia, e non per niente nell’antichità l’equivalente del nostro Capodanno cadeva in questi giorni.

Questa Pasqua ha però sicuramente un sapore un po’ strano.

Sinceramente se mi avessero chiesto un anno fa, non avrei certo immaginato che anche questa volta l’avremmo passata in lockdown, addirittura in zona rossa.

Purtroppo bisogna avere ancora pazienza, e adattarsi ad una festa meno in compagnia.

L’anno scorso abbiamo fatto una chiacchierata con mio zio Natale, dove ci raccontava delle tradizioni come Cantè J’Euv: ecco, oggi sembrano ancora più distanti, e forse quando questa pandemia sarà finita ci verrà ancora più voglia di stare di nuovo insieme!

Ma anche nei momenti difficili bisogna concedersi qualche piccolo piacere, e allora ho pensato di abbinare alcuni piatti tipici della festa con alcuni miei vini, sperando di darvi qualche spunto per la vostra tavola.

Inoltre in questo periodo potete acquistare i miei vini su LoveLanghe Shop a prezzo scontato, un motivo in più per festeggiare!

Antipasti

Che sia un pranzo a tavola o un pic nic, gli antipasti freddi sono tra i preferiti in questa occasione.
Ovviamente penso ai salumi, alle frittatine, o all’immancabile vitello tonnato.

Anche se la regina degli antipasti è la Torta Pasqualina, un grande classico con spinaci, uova e ricotta.

Con questi piatti consiglio il mio rosato Isabella, leggero e beverino, ma che non nasconde il carattere che deriva dal vitigno Nebbiolo da cui nasce.

Primo

Tra i tipi di pasta che preferisco ci sono i ravioli, grande cavallo di battaglia della cucina di Langa, e visto che siamo in primavera ve li consiglio con un ripieno di erbette e ricotta, che li rende saporiti e delicati allo stesso tempo.

Il mio Dolcetto d’Alba DOC è probabilmente il vino migliore per accompagnare i primi piatti, con il suo sapore asciutto, non impegnativo ma di buon corpo.

Secondo

Un secondo che mi è sempre piaciuto molto è il coniglio al forno con le patate, un piatto saporito che secondo me si sposa molto bene con il mio Barbera d’Alba DOC.

La sua acidità e il sapore leggermente tannico sono bilanciati dall’affinamento in legno, e in generale può sostenere tutti i secondi piatti di carne o comunque con gusti decisi.

E i dolci?

Su questo argomento non mi esprimo, non sono molto goloso di dolci, e non ne ho quindi di preferiti, diciamo che a fine pasto una fetta di colomba la mangio, ma più per la compagnia!

Spero che questi semplici consigli possano stuzzicarvi o aiutarvi nei vostri abbinamenti, ma ricordatevi che se la bottiglia giusta è importante, le persone lo sono ancora di più.

Buona Pasqua a tutti!

Molte persone pensano che gli agricoltori di inverno non abbiano niente da fare, e che la vita in campagna sia sostanzialmente ferma in attesa della primavera.

Beh, non è proprio così!

Per noi viticoltori quello invernale è un periodo con molto lavoro, sicuramente minore che in altre stagioni, ma comunque con alcuni appuntamenti fondamentali.

Per quanto riguarda la cantina bisogna seguire l’evoluzione del vino e fare i travasi necessari alla sua pulizia e maturazione, valutando attentamente i tempi.

Ma l’appuntamento più importante di questo periodo dell’anno è in vigna, dove è ora della potatura.

Un nuovo inizio

Questa attività è fondamentale per lo sviluppo successivo della pianta, andando a incidere anche sugli altri interventi durante l’anno.

Possiamo dire che è un nuovo inizio per la vigna e per il viticoltore, che hanno chiuso con la vendemmia il ciclo precedente.

Si tratta in pratica di tagliare e potare la vite decidendo quali e quanti rami tagliare per impostare lo sviluppo successivo della pianta.

Questo è l’aspetto importante della potatura, perché capite bene che una volta che si taglia, non si può più tornare indietro!

Bisogna quindi interpretare bene la situazione attuale della pianta e decidere come intervenire, sapendo che possiamo indirizzare ma non controllare completamente lo sviluppo della vite, e questa è una delle sfide più belle per un viticoltore.

La potatura a Guyot

Io pratico la potatura a Guyot, una delle più diffuse per le viti da vino.

Si tratta, senza scendere troppo nei dettagli, di lasciare un singolo ramo che si sviluppa in orizzontale dal tralcio (detto Capo a frutto) su cui fioriranno le gemme da cui nasceranno i grappoli.

È un metodo che risale a circa 2 secoli fa e ovviamente nel corso del tempo è stato sviluppato in diverse varianti, grazie anche agli studi sempre più approfonditi sulla vita delle piante.

Rispetto ad esempio a come faceva mio nonno io ho scelto di adottare una potatura più corta, tagliando quindi un po’ di più il ramo e lasciando di conseguenza meno gemme.

Interpretare il territorio

Si hanno così 2 vantaggi: la pianta produrrà meno foglie e gemme, rendendo quindi più semplice il successivo lavoro di scarzolatura e diradamento, e concentrerà la sua attività vegetativa in meno grappoli, subendo anche meno stress.

Inoltre la maggiore distanza tra un ramo e l’altro permette una maggiore areazione tra i grappoli, contrastando l’insorgere di muffe e malattie date dall’umidità.

Il vino principale della nostra azienda è ovviamente il Barolo, e cerchiamo di esaltare il più possibile in vigna le caratteristiche che daranno un grappolo ricco e concentrato, privilegiando così la qualità alla quantità.

Spero con questo breve racconto di avervi fatto conoscere meglio il lavoro che faccio ogni giorno in vigna, e perché è così importante la cura della vite durante tutto l’anno.

Siamo arrivati al Natale di questo 2020 così strano e difficile, e tutti speriamo che il 2021 possa essere un anno migliore.

Questi giorni di festa verranno trascorsi necessariamente a casa, e come in molte famiglie anche nella mia stiamo decidendo il menu di Natale.

Ho pensato allora di raccontarvi quali possono essere gli abbinamenti tra alcuni piatti della tradizione e i miei vini. Ovviamente questi sono consigli basati sulla mia esperienza, ma alla fine il palato e i gusti di ognuno sono quello che conta davvero!

Antipasti

Cominciamo con un grande classico: il vitello tonnato. Questo antipasto secondo me non dovrebbe mai mancare sulla tavola delle feste, e spesso la ricetta della salsa tonnata è un segreto di famiglia tramandato di generazione in generazione.

A me piace abbinarlo con il mio Rosè Isabella, ottenuto da uve nebbiolo e con note di frutta secca che permangono anche al gusto.

Per gli antipasti un dal sapore più deciso come ad esempio i peperoni con la bagna cauda o le acciughe con bagnetto verde (altri grandi classici piemontesi), opterei per il Dolcetto d’Alba DOC.

Primi

Scelgo il Dolcetto anche per i primi, perché permette di assecondare i gusti dei piatti senza imporsi troppo, dando comunque soddisfazione al palato.

Tra i miei primi piatti preferiti ci sono sicuramente i Tajarin con ragù di Fassona e le raviole.

In questa zona di Langa le chiamiamo così perché si distinguono leggermente dai ravioli: sono infatti più grandi e con un abbondante ripieno. Ovviamente non disdegno la variante più piccola, i famosi ravioli al Plin!

Secondi

Qui cominciamo ad avventurarci nella parte più impegnativa del pranzo, con piatti molto sostanziosi e saporiti.

Io sono un grande fan dell’arrosto con le patate, e mi piace abbinarlo al Barbera d’Alba DOC perché la sua acidità abbastanza spiccata si sposa bene con la carne. Il tannino e l’affinatura in legno gli permettono di reggere il confronto anche con i gusti più intensi.

Un altro secondo che mi piace molto è il coniglio al Sivè, e in questo caso è necessario stappare un Barolo DOCG.

Il re dei vini non ha bisogno di molte presentazioni, e nelle occasioni speciali con piatti importanti trova il suo ambiente ideale.  La complessità e la persistenza dei sapori che questo vino può dare vanno a impreziosire qualunque portata.

Da segnalare il brasato al Barolo tra i secondi di carne più sfiziosi delle Langhe.

E per i dolci?

Devo ammettere che non sono un grande amante dei dolci, sono sicuramente più un tipo da salato, quindi non sono neanche appassionato dei vini da dessert.

Però non mi dispiace a Natale chiudere il pranzo con una fetta di Bunet al cioccolato, e di solito con gli amici accompagniamo i dolci con dei Baroli molto invecchiati, di almeno 20 anni!
So che può sembrare un abbinamento strano, ma vi assicuro che la versatilità di questo tipo di vini è sorprendente.

Spero di avervi dato qualche spunto interessante per il vostro pranzo di Natale, e in attesa di poterci incontrare di nuovo di persona vi auguro di passare questi giorni di festa in serenità e allegria!