Introduzione di Piercarlo Grimaldi, Università degli Studi di Scienze Gastronomiche

Sto leggendo le poesie di Natale Seghesio, un nome qualunque, una persona che non ho mai conosciuto.

La voglia di interrompere la lettura è grande, vorrei telefonare, cercare di capire chi è l’autore per interpretare meglio la sua poetica.

Ma è un gesto che non riesco a compiere perché sono compreso nella lettura, incatenato ad un fluire di parole che mi sono prossime e che parlano del mio mondo, di una condizione contadina che ho ancora vissuto e di cui sento sempre più la lontananza, la nostalgia, il lutto del tempo perduto.

E decido di continuare in questa narrazione che mi incanta rinunciando ad interpretare il poeta attraverso la sua biografia, la sua storia che invece cerco di rappresentarmi.

Mi basta, ad un certo punto della lettura, scoprire che l’autore guarda il mondo dalla Langa e quindi trovare una comune appartenenza alle colline che sono state di Pavese e di Fenoglio.

Scoprire che i paesaggi che generano la sua scrittura sono gli stessi che, anche lui come me, vede dolorosamente mutarsi sotto lo stolto, aggressivo assalto della modernità, che ciò che resta di quel passato aveva riverenza verso la natura, i cicli delle stagioni e delle lune.

Comprendere che la gente delle colline ha conservato tutto questo per noi, una reliquia preziosa, uno scampolo della tradizione da accudire se vogliamo un giorno disporre di un calco su cui ri-costruire la troppa natura che abbiamo dissipato.

Natale Seghesio mi pare far parte del condiviso progetto di salvare il salvabile, di narrare oggi al vento di un mondo che abbiamo voluto cocciutamente cancellare.

La sua poetica a volte diventa lucida descrizione etnografica. In pochi versi ricostruisce magistralmente il processo produttivo del pane, di un pane fatto in casa di cui noi oggi non conosciamo più l’arte tanto che un quarto di quello che mangiamo per fresco arriva dalla Romania.

La filiera corta casalinga delle nostre mamme diventa un progetto globale che nel raggiungere le nostre tavole perde per strada il profumo del pane.

Buono come il pane‘: un modo di dire contadino per definire l’umanità di una persona e quindi misura del mondo. Come può questa espressione formulare essere ancora modello di comparazione quando il pane che mangiamo giunge ogni giorno troppo stanco, affaticato per essere ancora buono?

Ecco, questa a me pare, nella sostanza più profonda, la poetica di Natale, di una persona che ancora non conosco ma che, volgendo al termine della lettura di E le stelle giocano a scopone, considero oramai un amico con cui condividere un sentire comune.

Entrare nel suo mondo poetico mi ha aiutato a capire meglio il mio cortile di casa, che esiste ancora un modo per leggere il mondo fatto di onestà intellettuale, che esiste ancora sulle nostre colline un patrimonio fatto di silenzi, meditazioni, riflessioni lente, che permettono di interpretare meglio la vita e la morte e capire che questo umano ciclo dell’eterno ritorno va vissuto con leggerezza, sapendo che “la vita ti scappa da sotto i piedi“.

Se qualcuno, nelle poesie di Natale troverà qualche ingenuità narrativa, qualche tono troppo dimesso, qualche nota pascoliana di troppo, mi vien da pensare che questo qualcuno non conosce le Langhe o comunque non le conosce come terra di ristoro del corpo e dell’anima.

Questo invece ha capito il poeta che deve andare fiero della sua piccola epica delle colline che ha voluto donarci senza chiederci nulla.

Forse non conoscerò mai personalmente Natale ma lo voglio ringraziare per l’amicizia poetica che mi ha accordato.

Piercarlo Grimaldi, nato a Cassano Belbo (Cuneo) il 26 luglio 1945, è professore ordinario presso l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenza-Bra, dove insegna Antropologia Culturale. Dall’ottobre 2011 è Rettore dello stesso ateneo. È membro della giuria e coordinatore del Premio etnoantropologico “Costantino Nigra“, del Comitato editoriale del “Bollettino dell’Atlante Linguistico Italiano“, Università di Torino, del Comitato scientifico dei “Quaderni di Studi Italiani e Romeni“, Università di Torino, Universitatea din Craiova e del Comitato scientifico della Fondazione Cesare Pavese. É direttore, dal 1993, della collana Documenti e ricerche di etnologia europea, casa editrice Omega di Torino.

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